Riforma AFV: Opportunità o Mercificazione della Selvaggina?
La recente approvazione della Legge di Bilancio 2026 ha introdotto una modifica epocale per le aziende faunistico-venatorie (AFV), abolendo il divieto di lucro che le vincolava da decenni. Ora le Regioni possono autorizzare queste realtà in forma di impresa individuale o collettiva, soggette a tassa di concessione regionale e obbligate a presentare programmi di conservazione ambientale. Per i cacciatori e gli appassionati, questa novità solleva interrogativi: si tratta di un passo avanti per la gestione sostenibile del territorio o dell'inizio di una pericolosa mercificazione della fauna?
Le AFV, che già gestiscono oltre un milione di ettari in Italia, soprattutto in aree interne e zone umide altrimenti abbandonate, guadagnano finalmente certezze fiscali. I proventi derivanti dalla concessione di attività venatoria e servizi connessi potranno essere inquadrati come redditi d'impresa agricola, permettendo reinvestimenti trasparenti in biodiversità e habitat. Associazioni come Coldiretti e il Comitato nazionale caccia e natura plaudono alla misura, vedendoci un volano per lo sviluppo rurale: turismo venatorio, filiera della selvaggina e multifunzionalità agricola potrebbero rivitalizzare zone svantaggiate, mantenendo intatti calendari venatori e limiti di prelievo.
Un Circolo Virtuoso tra Caccia, Agricoltura e Territorio
Immaginate di trasformare le AFV in veri centri di produzione ambientale: allevamento della fauna, vendita controllata di selvaggina e accoglienza per cacciatori diventano un ciclo produttivo integrato. Le Regioni mantengono il potere di vigilanza, imponendo obblighi di miglioramento ecologico, mentre i concessionari esistenti possono optare per la conversione senza imposizioni. Questo modello, sostenuto da Lega e Fratelli d'Italia, risolve contenziosi con l'Agenzia delle Entrate e incentiva investimenti in tutela della biodiversità, rendendo la caccia non solo passione ma anche strumento di presidio territoriale.
Tuttavia, non mancano le critiche. Alcuni temono che l'ingresso del lucro trasformi la selvaggina in merce, aprendo la porta a una caccia a pagamento senza scrupoli, con il rischio di business sulla pelle degli animali. Ambientalisti e detrattori paventano un passo indietro rispetto alla legge 157/92, accusando la norma di privilegiare interessi venatori su obiettivi naturalistici. Eppure, i paletti normativi – piani di abbattimento, ripristino ambientale e controllo regionale – dovrebbero scongiurare derive speculative.
Prospettive per i Cacciatori: Responsabilità e Opportunità
- Benefici immediati: Certezze fiscali e possibilità di reinvestire in habitat per una fauna più sana.
- Sfide future: Maggiore responsabilità per Regioni e associazioni nel vigilare sull'applicazione etica.
- Potenziale sviluppo: Turismo venatorio e filiera agroalimentare per valorizzare la selvaggina italiana.
Per noi cacciatori, questa riforma rappresenta una chance unica: unire passione venatoria a gestione professionale del territorio. Sta a tutti noi, con senso di responsabilità, sfruttare l'opportunità senza tradire i principi di sostenibilità che da sempre guidano l'attività cinegetica. Il 2026 potrebbe segnare l'inizio di un'era più moderna e efficace per la caccia in Italia.
